Intervista all’Ambasciatore d’Italia alla COP30 di Belem
Tra ambizioni e realtà: l’Italia alla COP30
A dieci anni dagli Accordi di Parigi, la diplomazia italiana punta su transizione, cooperazione e responsabilità condivisa


1- Ambasciatore, dieci anni dopo Parigi, la COP30 riconosce di fatto che l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro +1,5 °C non è stato raggiunto.
Cosa significa questo “fallimento” per la diplomazia internazionale e, in particolare, per l’Europa e l’Italia? È ancora realistico parlare di obiettivi globali condivisi?
Premetto che non sono un negoziatore, ma un osservatore privilegiato della Conferenza, per cui non posso addentrarmi nei complessi tecnicismi del negoziato.
Effettivamente l’obiettivo di aumento massimo delle temperature di 1,5 gradi entro il 2030 si rivela adesso molto difficilmente raggiungibile. Però non parlerei di un fallimento, nel senso che la diplomazia ambientale multilaterale sta compiendo un grande sforzo, anche tramite le COP, per cercare di rimettere le cose in carreggiata. Si tratta innanzitutto di implementare nel migliore dei modi i tanti e importantissimi impegni che sono stati assunti negli anni. Per esempio sugli investimenti è difficile mantenerli troppo ambiziosi, specie quando un importantissimo partner si è chiamato fuori dagli Accordi di Parigi e dai negoziati di Belém. Effettivamente un insieme di situazioni rende le cose particolarmente difficili, ma non direi che la diplomazia ha fallito o stia fallendo. Quello che propongono i brasiliani — ma vedremo poi cosa scriveranno nei documenti, che non sono ancora circolati — è di rilanciare il processo e di implementare ciò che è stato deciso a Baku lo scorso anno e a Parigi dieci anni fa.
È di grande importanza che la COP continui a tenersi ogni anno, perché questo attira l’attenzione dei nostri leader e spinge i Paesi a fare uno sforzo importante, rendendosi anche l’opinione pubblica conto che, se ciò non avviene, il nostro pianeta così come lo conosciamo potrebbe finire male in tempi non lunghissimi.
Naturalmente i brasiliani si pongono obiettivi ambiziosi, anche perché hanno una risorsa fondamentale per il futuro del pianeta, che è l’Amazzonia, e che va preservata in tutti i modi, perché è da essa che dipende in buona parte il mantenimento di un clima che non porti agli eccessi climatici estremi che stiamo vivendo. Eventi estremi che in passato avvenivano a distanza di anni, mentre invece oggi avvengono con grandissima frequenza, talvolta a distanza di settimane o mesi in differenti parti del mondo. Siamo tutti ormai consapevoli dell’emergenza climatica e pochi sono i Paesi che non riconoscono questo problema.
2. Uno dei cardini di questa Conferenza è la mobilitazione di 1.300 miliardi di dollari l’anno per i Paesi in via di sviluppo entro il 2035.
Secondo lei, il sistema internazionale dispone davvero degli strumenti – politici e finanziari – per rendere credibile un impegno di tale portata? E quale ruolo può giocare l’Italia, anche attraverso la cooperazione e il know-how tecnologico?
Guardi, prima dicevo che gli obiettivi spesso sono molto ambiziosi. Ma questo è molto importante perché l’impegno sia maggiore. Ad esempio, dai 1.300 miliardi discussi a Baku, alla fine del negoziato si è arrivati a 300 miliardi, che peraltro è cifra di tutto rispetto.
Poi è importante monitorare l’effettiva attuazione degli impegni da parte della membership. Non è facile né scontato.
Da parte brasiliana — e questo è condivisibile — è importante anche individuare modalità originali per reperire risorse, attraverso partenariati pubblico-privati, il coinvolgimento più proattivo delle banche di sviluppo, ecc. Per esempio, presso il Padiglione italiano alla COP, si è tenuto a inizio settimana un evento realizzato da Enel, dove è stato illustrato come l’azienda investa nelle energie rinnovabili e alternative in Brasile. Anche Cassa Depositi e Prestiti, in un evento che si è tenuto nei giorni scorsi qui a Belém, sempre nel Padiglione italiano, ha indicato di aver messo a disposizione risorse importanti per finanziare progetti nel settore in varie parti del mondo. Chiaramente, con le risorse che possono essere allocate da uno Stato si crea una massa critica mirata. Questo richiede anche lavoro da parte dei governi per assicurarsi che vi sia coerenza nella loro attuazione.
L’Italia a Belém possiamo dire che è in prima fila come partecipazione di alto livello: la presenza — non scontata — del nostro Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri Tajani al Vertice dei Leader in apertura, e adesso con il Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, che sta seguendo passo passo, come nelle precedenti edizioni, i negoziati sul documento finale.
Posso dire che la voce dell’Italia qui è abbastanza ascoltata, e non solo in seno all’Unione Europea: nei giorni scorsi, ad esempio, il Ministro Pichetto Fratin ha firmato un Memorandum d’intenti in materia ambientale con la Ministra dell’Ambiente del Brasile, Marina Silva.
3. Il Brasile, Paese ospitante, ha impostato la COP30 su sei pilastri che intrecciano ambiente, sviluppo umano e finanza verde.
Come si inserisce l’Italia in questa visione? Ci sono ambiti in cui il nostro Paese può essere ponte tra Europa e America Latina, soprattutto in materia di energia e biodiversità?
Come il Brasile, l’Italia insiste molto sull’importanza dei biocarburanti anche in sede europea, essendo una risorsa non inquinante e alternativa ai combustibili fossili. È molto importante, in materia ambientale come in tanti altri settori, non fare passi indietro. Anche un piccolo passo in avanti ha il suo peso. Credo che il Brasile stia cercando di individuare qui a Belém delle chiavi di lettura originali che consentano di avanzare.
4. L’assenza dei leader delle principali potenze inquinanti – Stati Uniti, Cina, India e Russia – pesa come un macigno.
Quanto è difficile negoziare in un contesto in cui mancano i protagonisti decisivi? E cosa può fare la diplomazia europea per evitare che la COP30 si riduca a un forum di buone intenzioni?
È vero che qualche Paese è mancato al vertice, ma a mio avviso la partecipazione è stata cospicua: vi erano più di 50 Paesi rappresentati al massimo livello, come l’Italia con il Vicepresidente del Consiglio. Tra quelli che ha citato, la Cina con il Vice Primo Ministro, l’India, la Russia presente ma a un livello meno rappresentativo per motivi politici. Certo un partner importantissimo, gli Stati Uniti, è assente. Può capitare che un leader non possa partecipare, ma è più raro che il Paese non partecipi al negoziato. È una scelta politica che va accettata, ma indubbiamente impatta negativamente sulle ambizioni della Conferenza, specie se pensiamo al ruolo primario svolto dagli Stati Uniti negli ultimi decenni.
L’Italia invece sostiene questo processo pienamente e siamo perfettamente consapevoli che il problema è serio e va affrontato: le COP sono servite proprio a questo scopo, ossia mantenere alta l’attenzione e l’impegno del nostro come di altri governi.
5. Le tensioni geopolitiche e la crisi energetica hanno ridisegnato le priorità globali.
In questo quadro, è ancora possibile coniugare crescita economica e sostenibilità? Oppure stiamo assistendo a un ritorno al “realismo energetico”, dove l’emergenza prevale sul clima?
Concordo appieno: ogni Paese ha le sue priorità e le tante crisi degli ultimissimi anni distolgono l’attenzione dal tema dell’ambiente. Sta succedendo proprio questo. Ci sono delle priorità e alcune situazioni che sono obiettivamente comprensibili. Fra l’altro, è uno dei motivi per i quali — ad esempio — la Russia tiene un basso profilo, avendo, per così dire, altre priorità di per sé non politicamente e climaticamente corrette. In questo momento geopolitico, caratterizzato da tanti conflitti, è purtroppo chiaro che molti Paesi hanno altre priorità. E questo è un problema.
6. Infine, Ambasciatore, un bilancio personale: dopo anni di conferenze e vertici, crede che la svolta ecologica sarà frutto di decisioni politiche o di una spinta dal basso, sociale e culturale?
E quale contributo può dare l’Italia nel rendere questa transizione non solo verde, ma anche umana?
Assolutamente sì: direi che questa esigenza sul clima provenga anche dal basso. Se i governi si impegnano fortemente in materia ambientale è certamente dovuto alla consapevolezza che è una questione da affrontare con urgenza, ma anche perché è un tema molto caro all’opinione pubblica di quasi tutti i Paesi del mondo.
Dalla mia esperienza di molti anni devo dire che il multilateralismo, il fatto che le Nazioni lavorino insieme per risolvere un problema che non possono risolvere da sole, è fondamentale. Certo, se la questione è europea, i Paesi europei la risolveranno insieme. Quando però il problema è globale e bisogna mettere insieme circa 200 Paesi, lo sforzo è ben più imponente e necessita anche di una spinta dal basso: dalla popolazione alle ONG, dalla società civile al mondo accademico. Ma, per fortuna, la consapevolezza comune ai quasi 200 Paesi dell’emergenza climatica è importante per il multilateralismo e per i fori internazionali come la COP30.
7. Lei è già stato qui per l’incontro del G20 nell’ottobre 2024 e ora nuovamente per la COP30. Quali sono le sue impressioni sulla città di Belém? L’Italia ha donato per la COP30 al Brasile una piattaforma galleggiante bellissima, che come Pavillon Italia ha ospitato vari eventi promossi dal nostro Paese nel corso dell’evento. Come le è sembrata l’accoglienza da parte delle istituzioni brasiliane e in particolare del Pará e di Belém?
Credo che questa sia la quinta volta che vengo a Belém, la prima volta un anno e mezzo fa per la preparazione del G20 e poi sono tornato durante la prima metà di quest’anno per vedere come procedevano i preparativi per la COP30. Quindi ho visto come era la città prima e come è adesso. Devo dire che ho notato il cambiamento e l’aspetto della città è visibilmente migliorato, anche nelle infrastrutture. Certo, l’impatto per una città come Belém di ricevere 50.000 persone tutte assieme è importante, ma mi sembra che l’impatto sia stato ben sostenuto e che le infrastrutture resteranno.
In questo “nuovo look”, il padiglione acquatico AquaPraça portato dall’Italia, una vera e propria piazza fluttuante sulle acque del fiume, opera architettonica molto importante di un’“archistar”, come si dice adesso, Carlo Ratti — che è anche il direttore della Biennale di Venezia di Architettura, dove questa realizzazione è stata varata in settembre — fa ora la sua bella figura di fronte alla Casa das Onze Janelas, un luogo iconico di Belém. Devo dire che l’effetto è eccezionale e in meno di due settimane ci sono stati più di 25.000 visitatori, mentre numerosissimi sono i side events organizzati dall’Italia durante la COP: in una settimana è già stato visitato da oltre 25.000 visitatori (numero record per qualsiasi museo del Pará). Un grande successo italiano di critica e di pubblico.
L’opera, questo padiglione che è un po’ il fiore all’occhiello della presenza italiana alla COP, sarà donata allo Stato del Pará e proprio ieri ci siamo accordati con la Segretaria alla Cultura, Ursula Vidal: abbiamo definito i termini di questa donazione da parte dell’Italia al termine della COP. Quello che voglio sottolineare è che questa è stata sicuramente una situazione win-win: da un lato lasciamo un’opera d’arte architettonica straordinaria, che ormai fa parte integrante del paesaggio di Belém; dall’altro abbiamo mostrato alle autorità brasiliane quanto teniamo al successo della COP. Quindi ha anche un significato molto importante per i rapporti tra i due Paesi ed è il segno della nostra vicinanza storica al Brasile e a Belém, dove nei secoli abbiamo realizzato opere di architetti italiani, come Landi e Coppedè — quest’ultimo molto caro ai romani — che realizzò la bellissima Basilica di Nossa Senhora de Nazaré, una delle più importanti chiese del Paese.
Insomma, 120 anni dopo Coppedè, Ratti ha lasciato un nuovo legato italiano a Belém con AquaPraça.
Paolo Carlucci
Vice-Presidente ASIB (Ass.Stampa Italiana in Brasile)
https://stampaitalianainbrasile.com.br/
Foto: P.Carlucci

