Riccardo Salvagno, 40 anni, è finito in manette dopo una fuga in Spagna durata una settimana. Gli inquirenti lo hanno rintracciato al suo ritorno in Italia, incastrato dalle telecamere che avrebbero ripreso la sua auto sul luogo del delitto a Malcontenta. Resta il mistero sull’arma e sull’identità di un possibile complice.
La fuga è finita nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, proprio a due passi da quella casa che aveva lasciato in fretta e furia subito dopo la notte di San Silvestro. Riccardo Salvagno, 40 anni, agente della Polizia Municipale di Venezia, è ora dietro le sbarre con l’accusa più pesante: l’omicidio di Serghei Țîrnă, un barista moldavo di soli 25 anni.

La vicenda ha i contorni di un’esecuzione. Tutto inizia la sera del 30 dicembre a Mestre. Serghei è al lavoro, riceve una telefonata, esce dal locale e sale su un’auto che lo aspetta. Secondo la Procura di Venezia, il giovane non è salito volontariamente: sarebbe stato costretto con la minaccia di un’arma. Dodici ore dopo, il suo corpo viene ritrovato senza vita nei campi di Malcontenta di Mira.
A tradire il poliziotto è stata un’assenza ingiustificata dal comando e, soprattutto, la tecnologia. I Carabinieri hanno setacciato oltre 200 ore di filmati, incrociando i video delle telecamere pubbliche e private della zona. In quegli orari critici, l’auto di Salvagno era proprio lì, nel luogo e nel momento in cui si consumava il delitto.
Mentre gli investigatori cercavano di chiudere il cerchio, Salvagno era già lontano. Prima un volo per Tenerife, poi Madrid, cercando di far perdere le proprie tracce tra vecchie conoscenze e spostamenti rapidi. Ma la pressione si è fatta sentire e la sera del 5 gennaio l’uomo è atterrato al Marco Polo di Tessera. Ad attenderlo c’era il padre, che lo ha accompagnato proprio nella zona di Malcontenta, prima che i Carabinieri lo bloccassero definitivamente vicino alla sua abitazione.
Il movente? Un labirinto che porta dritto al mondo del narcotraffico e della criminalità locale, ambienti in cui la vittima sembra fosse rimasta invischiata. Ma restano dei tasselli mancanti: l’arma del delitto non si trova e si scava alla ricerca di un complice. Gli inquirenti sono convinti che Salvagno non abbia fatto tutto da solo: quella notte in auto c’erano almeno due persone.
L’indagine, coordinata dal procuratore Christian Del Turco, prosegue ora nel massimo riserbo, mentre la città si interroga su come un uomo delle istituzioni possa essere scivolato in un abisso di tale violenza.
