La storia di Francesco è inusuale, strana e sicuramente coraggiosa: Francesco, infatti, viene definito un “foreign fighters”, ovvero un uomo con passaporto italiano che combatte in terra straniera. Francesco ha combattuto contro i separatisti dell’Est.
Il giovane è da poco rientrato in Italia, in Piemonte per l’esattezza. Fino a qualche settimana fa, Francesco combatteva tra le fila ucraine dell’est del Paese, e per questo viene considerato a pieno titolo un “foreign fighters”. Era partito come semplice volontario, ma l’idelogia (che è alla base di questi scontri) lo ha travolto, ed ora continua a combattere sia con un fucile in mano, che con un microfono.
E’ lui stesso a spiegare il perchè in un’intervista a La Stampa: “A Maidan lanciavamo pietre, sono partito come Black Man, ho cercato di entrare nel Pravy Sector (ovvero nel Settore Destro), ma in quel momento non volevano stranieri, nell’Azov invece hanno avuto l’intuizione di avere un corpo militare straniero. Ero un manager, ho una famiglia e hanno così deciso di usarmi anche per la loro propaganda. Prima con un microfono in mano, poi con fucile mi sono fatto strada. All’inizio ero l’unico italiano insieme a tre svedesi, poi sono arrivati anche altri stranieri”.
Fare propaganda, per Francesco, significa spiegare alla gente il perchè di questa lotta, e tranquillizzarli sul fatto che il suo gruppo vuole difenderli, e non ucciderli. Questo giovane, però, non è l’unico “foreign fighters”: nel suo battaglione ce ne sono tanti, tra cui ragazzi svedesi, russi, francesi, slavi, e anche italiani. L’ideologia di Francesco è chiara: combatte per amore, e per un credo.
“Non amo la guerra – ha spiegato – sono al fronte solo per ideologia e perché ho iniziato una rivoluzione ed ora va portata a termine…Siamo soldati politici, non amiamo i giochi di potere…Combattiamo per amore.”

