L’ex presidente moldavo torna all’attacco contro l’ipotesi di un referendum per l’unificazione con la Romania, scagliandosi contro le recenti aperture di Maia Sandu e rivendicando la piena sovranità di Chișinău tra Oriente e Occidente.
Il clima politico a Chișinău si scalda improvvisamente e, come spesso accade da queste parti, la miccia è il rapporto storico e viscerale con la vicina Romania. A riaccendere il dibattito è stato Igor Dodon. L’ex Presidente della Repubblica di Moldova, in una recente intervista rilasciata a Euronews Romania, ha usato parole pesantissime per descrivere il passato e il futuro del Paese, parlando apertamente di “annessione” anziché di unione.

Il “no” secco al referendum
Tutto nasce dalle recenti dichiarazioni della leader attuale, Maia Sandu, che si è detta pronta a votare “sì” in un ipotetico referendum per l’unificazione. Un’ipotesi che non è più solo accademica: a febbraio, infatti, il Parlamento moldavo potrebbe discutere seriamente l’iniziativa di Vasile Costiuc (leader del Partito Democrazia in Patria) per indire una consultazione popolare sul tema.
Dodon, però, non ci sta e indossa i panni del difensore della patria. “La mia patria è la Repubblica di Moldova, non ne ho un’altra”, ha dichiarato con fermezza, ribadendo che la missione della classe politica attuale deve essere quella di consegnare ai posteri uno Stato sovrano e indipendente.
La ferita del 1918
Il punto più controverso dell’intervista riguarda la storia. Riferendosi al 27 marzo 1918, data storica dell’unione della Bessarabia al Regno di Romania, Dodon ha ribaltato la narrativa ufficiale di Bucarest: “Quella è stata un’annessione. Siamo stati insieme solo per un breve periodo, dal 1918 al 1940. Ci sono stati dei vantaggi, certo, ma anche molti svantaggi”.
Secondo l’ex presidente, il periodo interbellico non fu un idillio di unità nazionale, ma una parentesi che non deve giustificare la fine della Moldova moderna.
In equilibrio tra i blocchi
Ma quale futuro vede Dodon per Chișinău? La ricetta proposta è quella della neutralità pragmatica. Per sopravvivere, la Moldova non dovrebbe scegliere un campo, ma restare “al suo posto”, coltivando buoni rapporti tanto con l’Oriente quanto con l’Occidente.
Pur non chiudendo la porta al dialogo con l’Unione Europea, Dodon insiste: l’indipendenza non è negoziabile. Una posizione che promette di rendere il dibattito parlamentare di febbraio uno dei più infuocati degli ultimi anni.

